Cos’è esattamente l’Architettura dell’Informazione?
E’ sinonimo di Information Design? E’ sinonimo di design e basta?
Da quanto si desume leggendo alcuni annunci di lavoro, l’architetto
dell’informazione sembra poter essere una cosa indefinita tra uno sviluppatore
di database, un visual designer tutto-fare e un esperto redattore tecnico.
In realtà l’architetto dell’informazione svolge un lavoro
invisibile ma importantissimo nell’organizzazione del contenuto di un
sito, a prescindere dal dove risieda poi il contenuto stesso (semplici file,
multimedia, campi di database); spesso può evitare, in progetti complessi
come i portali, che la realizzazione si trasformi in un reale incubo.
Nelle prossime righe risponderò alle domande poste in questa introduzione, chiarendo forse qualche dubbio e fornendo alcune risorse per ulteriori approfondimenti.
Per capire meglio la differenza tra un architetto dell’informazione
e un designer potrà essere utile l’analogia con la differenza
che intercorre tra un architetto (di edifici) e un designer d’interni.
L’architetto tradizionale si occupa innanzitutto della struttura, dei
percorsi e di altri aspetti fondamentali quali la disposizione delle tubature
o dell’impianto elettrico. Se l’architetto non dovesse svolgere
questo lavoro al meglio, l’edificio potrebbe crollarci sotto i piedi,
oppure potrebbe non soddisfare le esigenze delle persone che lo devono abitare,
oppure ancora, per paradosso, potrebbero non esserci abbastanza camere da
letto.
Il designer d’interni, invece, si preoccupa del colore, della disposizione
e dello stile d’arredamento, dei tendaggi, delle superfici, dell’armonia
d’ambiente. Cerca cioè di dare un certo look alle camere o fare
in modo che certi colori e stili siano costanti in tutto l’edificio.
Con questo non si vuol dire che un lavoro è più facile o difficile dell’altro. Si tratta semplicemente di due lavori diversi. Esisteranno comunque delle sovrapposizioni (l’architetto, ad esempio, dovrà occuparsi dell’armonia visiva e il designer dovrà invece tener conto di percorsi e accessi), ma in generale le due discipline si completano a vicenda. Non chiedereste mai ad un designer d’interni di progettare la vostra casa, così come non la colorereste mai con uno schema di colori partorito da un architetto…
Se spostiamo la prospettiva allo sviluppo web, il parallelismo rimane. L’architetto dell’informazione generalmente non deve possedere una grande esperienza nell’identità di marca, nei colori, nel layout e in certe forme di comunicazione visuale che sono di competenza del designer. Resta una figura con una preparazione nella categorizzazione, nell’XML, nella creazione e organizzazione dei contenuti, nell’interaction design e nel navigation design. La sua competenza è relativa alla struttura dell’informazione.
Il seguito dell’articolo è dedicato a quando, dove e come questa abilità vengono applicate.
Il momento migliore per coinvolgere un architetto dell’informazione
è all’inizio dei lavori di sviluppo. Così come non chiamereste
un vero architetto nel momento in cui il tetto sta per essere posato su muri
tutti storti, è in genere un buona idea chiamare un esperto prima di
incorrere, con un sito web, in grossi problemi.
In ogni caso, a proposito del progetto in corso, egli avrà bisogno
di comprendere:
• Obiettivi e bisogni dell’utente
• Obiettivi commerciali e gestionali
• Ostacoli tecnici
• Ostacoli relativi al contenuto
• Ostacoli di progetto
La comprensione degli obiettivi e dei bisogni dell’utenza non è certo una novità per chiunque si sia imbattuto professionalmente in problematiche legate all’usabilità. Tuttavia, ci potranno ancora essere persone poco vicine al mondo di Jakob Nielsen. L’ambito principale di un architetto dell’informazione è la costruzione di strutture di informazioni che siano facili da capire e utilizzare; dovrà quindi far coincidere gli scopi commerciali con gli obiettivi degli utenti, realizzare tutto questo all’interno dei vincoli imposti dal progetto (deadline, risorse, budget, eccetera), dalle questioni tecniche (linguaggi di sviluppo, database, eccetera), e dalla modalità di produzione dei contenuti (gestione del personale, collaboratori esterni, eccetera).
La scelta di un linguaggio di programmazione al posto di un altro, ad esempio,
potrebbe incidere sulla modalità di gestione del contenuto del portale
che, a sua volta, potrebbe incidere sull’interazione tra utente e contenuto.
In particolare, potrebbe significare che il contenuto dovrà essere
proposto come una singola pagina lunghissima, piuttosto che come una serie
di pagine minori. Un buon esempio di ostacolo relativo al contenuto può
essere un piccolo staff di autori con poca o nessuna esperienza sull’argomento
trattato nel sito. Un simile ostacolo potrebbe opporsi drasticamente al raggiungimento
dell’obiettivo principale di business (ad esempio realizzare un sito
che tratta l’argomento in profondo stile editoriale). In questo caso,
la strategia impone di rivalutare le scelte di personale e di accrescere il
budget assegnato al reclutamento di collaboratori esterni.
Sebbene questo tipo di problemi, a prima vista, non sembri avere molto a che
fare con il modo in cui il contenuto è organizzato e distribuito sul
sito, essi possono influenzare pesantemente l’esperienza interattiva
dell’utente con il contenuto.
Il contenuto di un sito web non è un oggetto statico, può cambiare
nella struttura e nella distribuzione e lo può fare giorno per giorno.
Mantenere la massima concentrazione sulle strategie di gestione del contenuto
e farle coincidere con gli obiettivi di business è la chiave per un’Architettura
dell’Informazione di successo.
Un’attività di Architettura dell’Informazione si divide solitamente in due step: il primo prevede venga adottata una metodologia top-down, e in un secondo momento un approccio bottom-up.
In genere, la valutazione top-down è eseguita per prima. Come suggerisce il nome, questo approccio permette all’architetto dell’informazione di avere una visione d’insieme e di lavorare approfondendo progressivamente i dettagli relativi alla distribuzione, al flusso di pagine, o alla struttura del contenuto.
La comprensione degli obiettivi dell’utente e dell’organizzazione è importante, ma questi obiettivi devono essere tradotti in qualcosa che stia al di sopra della struttura del contenuto nel sito web. Ad esempio: il sito che si sta costruendo è un portale per la vendita di attrezzatura per sport invernali; per pubblicare contenuti che interessino il target l’architetto dell’informazione avrà bisogno di sapere come gli acquirenti e gli utenti di tali accessori vedono tali informazioni. In altre parole, dovrà arrivare a comprendere la dimensione concettuale dell’utente. Snowboard e sci, ad esempio, dovranno avere diverse categorie di prodotto e di contenuto. La categoria dello sci dovrà contenere diverse sottocategorie, come lo sci acrobatico e il fondo. Il modo in cui verrà strutturato tramite l’approccio top-down potrà rendere il contenuto più navigabile.
A questa prima fase segue l’attività bottom-up. Questa permette all’architetto dell’informazione di afferrare le unità minime, i piccoli pezzi che fanno funzionare il tutto (i cosiddetti metadati) e tutte le cose che coinvolgono i metadati: cosa deve essere fatto e cosa deve essere registrato, come pubblicarlo, e come interagiscono fra loro i diversi metadati.
Come si può immaginare, i metadati sono il perno della gran parte
dell’attività di un sito, dal motore di ricerca alla personalizzazione
della disposizione del contentuto. Ma cosa sono in realtà i metadati?
Un metadato è, letteralmente, un dato sul dato. Per esempio, quando
parliamo, le parole che escono dalla nostra bocca si possono considerare dati.
Il tono della nostra voce, il linguaggio del corpo, così come la personalità
o l’atteggiamento dell’ascoltatore possono essere tutti considerati
metadati.
Metadati che arricchiscono la nostra comprensione dei dati.
Proseguendo nell’esempio del sito di attrezzature da sport invernali, possiamo ipotizzare che il proprietario del sito voglia che chiunque legga un articolo sulla discesa libera veda, in una colonna laterale, anche i relativi prodotti presenti nel negozio virtuale. Un modo per ottenere questo risultato è creare una tassonomia di metadati: una sorta di gerarchia di termini e concetti che possono essere assegnati ai contenuti e ai prodotti.
Una parziale tassonomia per il sito potrebbe apparire così:
| Snowboard Sci Discesa libera Sci di fondo Slalom Scarponi Ecc. |
Se viene creata ed utilizzata una tassonomia centralizzata, non si dovrà più tirare ad indovinare per creare collegamenti tra contenuto e prodotti. Se tutto il contenuto e tutti i prodotti saranno collocati nei posti corretti della tassonomia, quando gli utenti leggeranno un articolo etichettato come sci di fondo vedranno nella colonna laterale i prodotti etichettati come sci di fondo.
Per di più, se un anno dopo il proprietario del sito volesse implementare la personalizzazione, si potrà utilizzare la medesima tassonomia. Agli utenti potrebbe essere chiesto di registrarsi e scegliere quale tipo di contenuti o prodotti usino o preferiscano enfatizzare. Siccome la stessa tassonomia viene utilizzata per la personalizzazione, per i prodotti e per i contenuti, non si creerà confusione. Gli utenti che vorranno vedere le ultime notizie e i nuovi prodotti relativi allo snowboard, avranno questa etichetta come loro personalizzazione.
Un architetto dell’informazione deve raccogliere molte informazioni in un tempo limitato, utilizzando metodi come questi:
Durante i test eseguiti con singoli utenti – come tra l’altro
nelle sessioni di brainstorming – è fondamentale lasciare da parte
ogni pregiudizio. L’architetto dell’informazione non deve giudicare
i partecipanti in merito alle loro azioni, e tanto meno dovrebbe correggere
errori o fornire assistenza. L’architetto dell’informazione dovrebbe
seguire un preciso percorso, mentre ai partecipanti dovrebbe essere permesso
di parlare liberamente durante il test, per acquisire ulteriori dati sull’esperienza
e sul valore del test in base allo spazio concettuale in cui costoro si muovono.
Ovviamente, oltre ad essere reperite e raccolte, le informazioni vanno analizzate
e sintetizzate, attività che porterà inevitabilmente a tralasciarne
molte e focalizzare l’attenzione solo su alcuni elementi. Altrettanto
importante sarà elaborare delle buone ipotesi. Questo significa che la
disciplina dell’Architetto dell’informazione non è regolata
da linee guida strettamente scientifiche. Come afferma Jesse James Garret, un
illustre architetto dell’informazione, “la chiave del mio successo
è fare delle buone ipotesi”.
L’architettura dell’informazione è quindi un processo, non un risultato finale. Molti siti verranno lanciati dopo processi di architettura, struttura e organizzazione che sono per ora solo una rara finezza. Anche se si attuerà una perfetta organizzazione del sito, essa non dovrà superare i sei mesi, in quanto durante tale periodo qualcosa potrà cambiare (bisogni degli utenti, obiettivi di business, ecc.) vanificando la solidità della struttura concettuale.
Il miglior strumento che può mettere in campo l’architetto dell’informazione
è una mente aperta. Egli non ha a che fare con una elementare lista di
pezzi da assemblare; la disciplina si sposta ben oltre – negli spazi concettuali
– e questo significa doversi imbattere nella psicologia, nella natura
della comunicazione, nel linguaggio (in particolare semantica e pragmatica).
Inoltre, siccome gran parte del lavoro è orientato al contenuto, tutto
ciò che riguarda il trovare, creare, selezionare, produrre e gestire
il contenuto è altresì un fattore importante da conoscere.
Per muoversi efficacemente in questi ambiti, l’architetto dell’informazione
deve allenare la perspicacia ed essere costantemente aggiornato. Deve saper
prendere decisioni, consigliare correttamente, conoscere l’impatto dello
sviluppo tecnologico e le tecniche di business on-line. Se gli utenti non possono
trovare ciò che cercano, o rimangono confusi dopo la consultazione di
un sito, non vorranno di certo tornarci a navigare. Questo atteggiamento potrà
quindi danneggiare i ricavi e il prestigio di un’azienda.
Molti software promettono di fare quasi tutto, se non tutto, il lavoro dell’architetto
dell’informazione: comprendere i dati, strutturarli, pubblicarli e gestirli.
Francamente, la maggior parte di questi strumenti è molto primitiva e
non mantiene nessuna delle potenzialità esibite. La ragione è
principalmente questa: il linguaggio umano (e i suoi spazi concettuali) sono
difficili da gestire e ancora più complessa è la sua trasformazione
in processi e sistemi riproducibili.
Non disponiamo di abbastanza spazio per valutare ogni tipo di software, ma spero
che la seguente lista possa fornire qualche indicazione.
I sistemi di content management tentano di facilitare il lavoro
di gestione del contenuto. Essi permettono ai creatori di contenuti di pubblicare
e gestire i contributi (inseriti in semplici file, campi di database, o entrambi).
La maggior parte di questi strumenti possiede solo una visione superficiale
del ciclo vitale di ogni singolo elemento del contenuto, spesso perché
gli sviluppatori di tali sistemi si sono stancati di chiedere continuamente
ai creatori di contenuti la natura del contenuto!
Quasi tutti i sistemi di content management permettono di creare un pezzo di
contenuto e di inserirlo in un flusso di operazioni (workflow). In relazione
al sistema, il workflow può essere facile o complesso da creare e da
far aderire al reale flusso di lavoro. Anche i migliori sistemi, però
non tengono conto di altre questioni legate al centro della creazione dei contenuti,
come la ricerca, la stesura di bozze, la selezione delle fonti, o di poter gestire
accuratamente le fasi successive alla pubblicazione.
In ogni caso, visto il numero di aziende che propongono sistemi di content management,
la concorrenza potrebbe favorire lo sviluppo di strumenti più efficaci.
Fino ad ora, nella mia esperienza, applicazioni personalizzate sviluppate specificatamente
per alcune esigenze, e basate su tecnologie open-source, mettono sempre al tappeto
qualsiasi pacchetto software preconfezionato.
Allo stesso modo, gli strumenti di categorizzazione automatica si propongono di alleviare la sofferenza di categorizzare (assegnare i metadati) di grandi quantità di contenuto, come raccolte di file, tabelle di database e archivi di e-mail. Alcuni di questi strumenti non riescono a gestire facilmente file multimediali, immagini e documenti complessi come i diagrammi Visio. E finché non riusciranno ad afferrare il significato, continueranno a non capire la differenza tra duck (verbo: abbassare la testa) e duck (sostantivo: anatra), e neppure classificheranno separatamente documenti riguardanti l’isola di Java, il caffè (java), e il linguaggio di programmazione Java.
I migliori strumenti di categorizzazione automatizzata permettono agli operatori (umani) di intervenire sulle scelte. Uno strumento personalizzato che ho contribuito a sviluppare offre una lista di potenziali categorie che possono essere applicate ad un contenuto inserito da un operatore umano. Deve essere l’operatore a scegliere la categoria appropriata dalla lista; qualora non la trovi, può scegliere dalla lista completa.
Un altro approccio è stato alla base della creazione di strumenti per
creare e gestire dizionari (thesauri). Un
thesaurus è uno strumento per reperire informazioni che simula efficacemente
il dizionario o il vocabolario dei sinonimi. Per ogni termine presente in una
lista di voci, il thesaurus può evidenziare relazioni gerarchiche, identificare
i sinomini, e termini collegati. Un dizionario ben costruito può evitare
molta della frustrazione che deriva dalla ricerca delle informazioni.
Per esempio, se state costruendo un sito di e-commerce specializzato nella vendita
di abiti, un dizionario può evitare di far impazzire gli utenti che cercano
blazer, quando nel vostro sistema li avete chiamati giacche. Con un thesaurus
potete stabilire che blazer sia un sinonimo di giacca e visualizzare gli articoli
giusti tra i risultati della ricerca. Con lo stesso sistema, mentre gli utenti
stanno guardando una particolare giacca, una sezione laterale della pagina può
mostrare il pantalone adatto a quella giacca.
Molti sistemi di implementazione di dizionari hanno successo in quanto uniscono il meglio di entrambi gli aspetti (uomo e macchina). Un operatore umano può fare ciò che gli riesce meglio: sfoderare un potente cervello e una tacita conoscenza a proposito dell’argomento. Al computer invece sarà delegata l’attività di gestire grandi quantità di dati per macinare un sacco di lavoro, e in fretta.
Thomas Myer è stato scrittore, sviluppatore di multimedia, sviluppatore
web e architetto dell'informazione. Ha lavorato in progetti all'interno di aziende
come Cisco Systems e Vignette, e attualmente è un autore e consulente
indipendente.
Potete contattarlo all'indirizzo: tom@myerman.com
I limiti dell'informazione come architettura.
Come i saggi “maestri”, di tante storie raccontate, come un instancabile e paziente studioso, mentore dinamico e intellettuale acuto, Bruno Zevi, ci ha accompagnato alla soglia di questo millennio, dichiarando la vittoria dell’architettura moderna e contemporanea, indicandoci un orizzonte nuovo. Consapevole, già, dal Manifesto di Modena, ha mostrato grande fiducia nelle possibilità espressive di una nuova stagione architettonica e, in uno degli ultimi suoi scritti risalenti al 22 settembre del ‘99, chiude con un riferimento storico, il cui valore trascina sconvolgendo quella che sembrava una conclusione e azzarda un’ipotesi futuribile, con un atteggiamento coerente testimone di una vita diversa, “non in riga”. Egli delinea, infatti, la sua grandezza culturale lanciando con autorevole compiacimento quella che, con parvenze poetiche, deve leggersi, secondo me, come una vera profezia. Vedere lontano, d’altronde, anche oltre i propri limiti, è sempre stata una caratteristica dei grandi personaggi. Lo scritto dice: “[...] va ricordato quanto diceva Leonardo sulla necessità di tener conto delle nebbie, delle foschie, delle sbavature, delle albe, delle piogge, del clima ingrato, del caldo, delle nuvole, degli odori, dei tanfi, dei profumi, della polvere, delle ombre e delle trasparenze, degli spessori dolci quasi sudati, delle evanescenze fuggevoli. Adesso l’architettura è attrezzata per captare tali valori”.
In questo concetto, esiste una latente consapevolezza d’arricchimento che la critica architettonica dovrebbe acquisire e stimolare. Importante è, mettersi in discussione sui sistemi di giudizio e sconvolgere le categorie di valore, per vagliare il più dettagliatamente possibile e studiare seriamente ciò che si presenta sulla scena architettonica per la prima volta, da ciò che appartiene a discorsi già affrontati e problemi, la cui soluzione, è stata meditata e chiarita. Lungi dallo stabilire qual è l’architettura buona da quella cattiva, (banale come intendimento, ma è sempre bene confermarlo) vorrei che si facesse attenzione ad un particolare fenomeno presente nei discorsi e nelle descrizioni non troppo entusiasmanti riguardo a fenomeni sociologici e a quanti di questi sono conseguenti a trasformazioni urbane derivate dalla mutazione delle tecnologie. Ancora c’è molta titubanza nel voler interessare dell’argomento “mediale”, sempre più evidente, la descrizione dell’evoluzione architettonica e della ricerca che essa sott’intende. Viene negata l’evidenza, di una realtà ormai fin troppo esplicita. Riguarda quel mondo “altro” che in una città, intesa come insieme di riferimenti sia fisici sia psicologici, si và realizzando, raggiungendo risultati equivoci, soprattutto quando tratta un’architettura e le sue relazioni. Personalmente, sono convinto che tutto derivi da un’ignota, quanto dinamica velocità d’informazione e le conseguenze che determina sul nostro relazionarci all’ambiente e quindi, sull’architettura. Sappiamo, infatti, che essa nasce come sistema di relazioni.
I flussi d’informazione e le enormi quantità di dati, si sono fatti avanti con i loro nuovi orizzonti tecnologici di carattere prettamente e drammaticamente “espansionistici”. Si sono fatti largo tra le strutture, scoprendo i nervi della creatura architettonica e sollecitando fino all’estremo, i contenitori che non erano certo pronti a questa notevole mole di complesse e continue connessioni. Sono stati capaci di smaterializzare qualunque barriera e ogni argine di contenimento alzato per guidarle.
Vorrei si focalizzasse però, che un aspetto di questo fenomeno, riguardante la velocità (in particolare) della comunicazione, dell’informazione, del flusso di messaggi;
bene, fondamentalmente questi nuovi elementi, non hanno bisogno dello spazio per viaggiare! E’ questo, il grande paradosso della nostra epoca! Come può essere motivo di stimoli per nuove emergenze architettoniche, quello che per sua natura e per sua intima struttura, può muoversi ad altissima velocità, azzerando totalmente quei parametri fondamentali quali sono, lo spazio e il tempo che solo all’architettura competono? Una metafora illuminante di tanto tempo fa, vedeva l’ufficio trasformarsi con l’arrivo di un computer. Infatti, si riduceva, da camera dimensionalmente vivibile, diventando poi un box, con un tavolo una memoria e uno schermo. Alla luce di questo evento l’informazione ha continuato la sua veloce corsa riducendo gli spazi e a semplificare movimenti e ancora a sintetizzare ottimizzandolo, un presente dichiaratamente, di sua proprietà. L’informazione elude empatie di qualunque genere, elimina le distanze, azzera le misure. Usa in sostanza, l’architettura come vettore di spostamento “utile”, assorbendone i valori vendibili e impadronendosene. L’informazione evita compromessi con l’identità del luogo, annulla qualsiasi differenza e deplora l’individualità. L’omologazione è il suo ambito naturale. Lo sbriciolamento delle tecnologie elettroniche, miniaturizzate, ha permesso un suo insidioso inserimento nella “nanodimensione”, abituando questa realtà, ad un’ospite la cui invadenza era inaspettata. La velocità dell’informazione, ha catapultato nelle reti, i suoi ritmi informazionali obbligati, energie attivamente virtuali ed epidemiche, in espansione. Lo spazio virtuale “visibile”, ha debordato sullo spazio sensibile, aumentando l’appercezione e declassando la soglia cognitiva. L’allucinante paradosso di cui parlavo, purtroppo contribuirà ad una mutazione della facoltà percettiva dello spazio e del tempo a favore di un “consumo” della visione del presente a scapito dell’esperienza sensoriale intesa come energia vitale. L’ ”approssimazione percettiva” derivata dall’abitudinario ambiente virtuale, diventerà un punto di discussione per le prossime generazioni di appassionati dell’argomento architettonico. La critica, questo è certo, ha bisogno di nuovi strumenti, indicando e traducendo gli spazi inseriti in domini senza dimensioni e le loro compromissorie connessioni con le strutture che li “con-tengono”. Specialmente se lo scopo diventa quello di capire le diverse tipologie d’informazione, indagandone strutturalmente la composizione, gli effetti mediatici, e le influenze percettive (decisivi!).
Prendendo dalla nostra stessa realtà, un esempio, che spigherebbe quale salto qualitativo dovrebbe affrontare la critica e comunque la ricerca architettonica, guardiamo quello che è successo nel passaggio della videoregistrazione quando si è trasformata da analogica a digitale. Grazie alla tecnologia, la frammentazione digitale, ha prodotto “sotto-spazi” di misura nuovi, come segmenti misurabili di dimensioni frazionarie, registrabili. Questo ha determinato l’aumento di dati, ma contemporaneamente ha permesso, la possibilità di focalizzare e quindi definire meglio, le immagini e le forme, ormai visivamente quasi perfette. L’aumento di complessità da parte di un ambito “variato”, ammette una, altrettanto complessa, situazione di decodificazione capace di tradurne i codici interpretativi. Solo con nuove valutazioni e soprattutto aggiornate potremmo pensare a visioni architettoniche che viaggeranno in simbiosi con l’informazione, ricercando quali di queste rifiuteranno o saranno non adatte a supportare la sua, “con-fusione”. La situazione architettonica, con le complesse implicazioni mediatiche, ancora tutte da indagare per il loro potente approccio con lo spazio, corrono il rischio di agevolare particolari nicchie fisiologiche dove l’informazione dominerebbe sull’architettura partecipando forse ancora inconsapevolmente ad una sua regressione.
L’architettura ha invece bisogno di uno “spazio” e con esso, di un “tempo” tutto suo, stimolando nuove visioni e nuove idee che nell’alternanza di consapevoli ricerche formali ed esperimenti funzionali, hanno saputo stabilire nuove dinamiche progettuali, derivate da particolari individualità in “travaglio”, la cui espressività genera tutt’ora molti proseliti. Comunque, il tempo e lo spazio rimangono per l’architettura; essenziali. E’ allucinante quindi, che si parli di “controllo globale sull’urbano”, di “massimo profitto sullo spazio”, cercando di tenere al centro l’idea di “uomo” prodotta dall’ informazione stessa per crearne “l’analogo” virtuale.
In un caleidoscopico presente, lanciato in una velocità ritmata a piacere dall’informazione “mediata”, la mente si adegua; coglie l’indifferenziabile, non percepisce il cambiamento, quindi non immagazzinando esperienza, si pone in un’attesa-distratta. Sovrappone immagini, segni e, in dissolvenza, crea uno stato di spaesamento generalizzato, emerge quindi, l’assenza; in un progressivo zapping percettivo, tra un viso e un messaggio pubblicitario, l’attenzione si pone in stand-by, connettiamo “un inizio”, la partenza, ad “una fine”, l’arrivo, il “viaggio” quasi non interessa più, siamo diventati insensibili? Siamo diventati indifferenti? No, verifichiamo l’essenza di un’assenza, verifichiamo la scomparsa di uno spazio e di un tempo. Tendiamo a sostituirci all’informazione che tenta di educarci. Con la differenza che essa, elimina lo spazio d’attesa perché è ubiqua, noi perdiamo l’essenza contemplativa e relazionante, l’energia vitale! L’architettura di conseguenza perde la sua funzione più importante; produrre relazione, differenza, felicità.
Mai più calzante, e sempre aderente alla tipologia del discorso, trovo la nota conclusiva di Bruno Zevi, adatta per iniziare questo scritto e per concludere definendo la situazione del momento architettonico che viviamo, quando citando Pasolini dice:
“[...] una luce matura, dolce, di catastrofe, illumina di taglio le cose”.